Salvo: recensione

Pubblicato in Blog mercoledì 26 giugno 2013

Salvo è lo scagnozzo di un potente boss palermitano che, essendo costretto a vivere nascosto in un bunker sotterraneo, gli affida il compito di uccidere Renato Pizzuto, un traditore del clan. Il compito sembra semplice, uno come tanti per chi conduce da tempo la vita da killer, ma così non sarà. Penetrato nella casa della vittima, Salvo trova Rita, la sorella cieca di Renato. Un lunghissimo piano sequenza di 20 minuti introduce la ragazza nel film mostrandoci il suo normale comportamento in una giornata qualsiasi, prima di scoprire la presenza dell’intruso. Ed è qui che il mafia-movie sembra trasformarsi in horror, con tempi dilatati all’esasperazione e presenza estranee che sembrano comparire dal nulla. Il ritorno di Renato ci ricorda di essere in un film di mafia: il killer svolge il proprio compito ma non riesce ad uccidere anche Rita che, forse per lo shock o per qualche miracolo, inizia a percepire ombre e luci dai propri occhi, segno del ritorno della vista. Il protagonista decide di risparmiarle la vita e di nasconderla in una cava abbandonata spacciandola per morta. Col tempo i due si avvicinano anche se con difficoltà, ma il boss ha ormai scoperto tutto e intima lo scagnozzo a portare a termine il lavoro. Sta a Salvo decidere se tornare alla vita da freddo e cieco killer o tentare di fuggire con Rita verso una ritrovata umanità.

L’opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, si distingue nel panorama italiano per un certo livello di audacità. Troppo facile inscatolare Salvo nel genere mafia-movie, perché in realtà i registi riescono con rara abilità a saltare da un genere all’altro, dall’horror al melò sino al western. E’ chiara inoltre l’ispirazione al cinema asiatico nella gestione dei tempi.

Colpisce la gestione degli ambienti e la quasi assenza di profondità di campo che dà allo spettatore una sensazione di claustrofobicità. La maggior parte del film si svolge in ambienti chiusi, piccoli, bui (in cui la fotografia è gestita magistralmente) o in strade piccole, vicoli senza uscita e sbarrati da alte pareti. Siamo a Palermo, ma la città non si vede mai, semmai la sentiamo. Non è un caso che il suono e i rumori fuori campo siano curati minuziosamente; paradossalmente, in un film praticamente senza dialoghi, lo spettatore è indotto all’ascolto: non c’è musica extradiegetica che accompagni le scene (fatta eccezione per Arriverà dei Modà, inserita perfettamente nella trama), solo rumori di motorini, sirene, auto, vento e il vociare della gente per strada. Anche i duelli e gli spari si svolgono fuori campo senza perdere il loro realismo. Tutti i suoni sono amplificati, accentuati dalla situazione di cecità, come fossero una soggettiva di Rita. La fotografia è di qualità altissima, curata in ogni dettaglio anche nelle scene con meno luce, così come la scenografia, una qualità e una cura che non si vedono spesso in film italiani. Di per sé Salvo presenta pochi difetti che gli impediscono, però, di ambire alla perfezione: stacchi di scena troppo netti che interrompono bruscamente la fluidità della pellicola, e una certa discontinuità nel ritmo.

Salvo si presenta come un film fortemente metaforico: la cecità fisica di Rita è anche la cecità mentale del protagonista, che rappresenta a sua volta la cecità, o meglio, l’omertà dei palermitani, abituati a vedere senza reagire. Così, quando Rita recupera la vista, Salvo recupera la propria umanità, la capacità di dare e ricevere affetto; lei riesce a vedere il mondo attorno a sé, lui vede lo squallore del mondo in cui stava vivendo. I dialoghi sono quasi assenti, i protagonisti in particolare pronunciano sì e no una decina di parole. A parlare molto è il boss, con parole ridondanti ma in realtà vuote e menzognere. I silenzi in questo film riescono a dire molto di più che le poche parole, gli occhi dei protagonisti sono una porta per legger i loro pensieri, e la bravura degli interpreti e dei registi riesce a farceli leggere con chiarezza.

Gli attori sono poco conosciuti, se si fa eccezione per un cameo di Luigi Lo Cascio il cui ruolo riesce ad alleggerire il film. Salvo è interpretato da Saleh Bakri, un attore palestinese che interpreta un palermitano, scelto sicuramente per la sua presenza fisica oltre che per la profondità dello sguardo: un attore che riesce a narrare pur non parlando. Non passa inosservata neanche Sara Serraiocco che interpreta Rita in maniera fortemente realistica, aiutata certo dalle lenti accecanti (usate per dare un tocco di realismo al film poiché tengono immobile l’iride), ma comunque bravissima nel riprodurre gesti e atteggiamenti di chi soffre davvero di cecità, si nota particolarmente un certo lavoro sulle espressioni del viso.

Salvo è sicuramente un esempio di quel cinema italiano da incoraggiare e da aiutare, cosa che purtroppo non è accaduta per questo film (la ricerca di fondi è durata cinque anni) che è riuscito a trovare una distribuzione italiana ( non troppo ampia ) solo dopo la vittoria di due prestigiosissimi premi a Cannes: il Grand Prix L’Espresso  e il Grand Prix Révélation alla Semain de la Critique. Fortunatamente è riuscito ad incontrare il favore del pubblico estero, in particolare di quello francese.

Salvo è un consigliatissimo, sia dal punto di vista narrativo che da quello tecnico, un vero e proprio gioiello all’interno del panorama cinematografico italiano.

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