Amour: recensione del film di Michael Haneke

Pubblicato in Blog lunedì 29 ottobre 2012

Amour, firmato Michael Haneke, è uscito nelle sale l’altro ieri, 25 ottobre. Per l’occasione vi riproponiamo la nostra recensione scritta a maggio durante il Festival di Cannes 2012.

Georges e Anne, una coppia sposata, hanno circa ottant’anni. Sono entrambi due raffinati insegnanti di musica in pensione. La loro figlia, anche lei musicista, vive all’estero assieme alla sua famiglia. Un giorno, Anne ha una specie di infarto che la lascia ammutolita e paralizzata, senza che, dopo essersi ripresa, possa ricordarsi di cosa le è accaduto. Il legame d’amore della coppia da questo momento viene messo alla prova, dal momento che Georges decide di prendersi cura personalmente della moglie…

Tra i tanti habituè di questo concorso cannense, uno dei più “forti” è senza dubbio Michael Haneke. Fosse per il palmarès, Haneke potrebbe già prenotare un premio: è la sua sesta partecipazione in concorso, e si è portato a casa un Gran Premio della Giuria (La pianista), il premio per la miglior regia (Niente da nascondere), e la Palma d’Oro (Il nastro bianco). Senza contare i premi minori. Fosse solo per il film in sé, beh… Haneke rischia comunque davvero di vincere la sua seconda Palma d’Oro.

Un gruppo di pompieri irrompe in una casa. C’è un cattivo odore. Una porta è chiusa e bloccata con del nastro adesivo. I pompieri la buttano giù, e dentro trovano il cadavere di una signora anziana sdraiato sul letto, circondato da fiori. Inizia così, Amour, per poi continuare con la storia di Georges e Anne. Una coppia che si ama ancora, dopo tanti anni. Una coppia di cui lui, ancora oggi, dopo essere tornati da un concerto, dice alla moglie che è bellissima.

Un giorno, mentre fanno colazione, Anne si “incanta”, non parla e non si muove più. Quando si riprende, non ricorda nulla. Ostruzione della carotide, dicono i medici. È l’inizio di una lunga e terribile malattia, ma Anne chiede sin da subito a Georges di farle una promessa: non riportarla mai più in ospedale. Detto e fatto, perché il marito decide di stare accanto alla moglie in prima persona. Chi altri potrebbe farlo, visto che la figlia (Isabelle Huppert, terza volta con Haneke), anche lei musicista, ha i suoi “problemi” ed è spesso in tour in giro per l’Europa?

Michael Haneke firma con Amour il suo film più “sentimentale”, curiosamente nello stesso anno di Rust & Bone, l’ultimo “sentimentale” Audiard: nel 2009 erano entrambi in gara per la Palma d’Oro con Il Nastro Bianco e Il Profeta, e quest’anno la storia si ripete. Ma detto questo, Amour non ha nulla di ciò che si potrebbe normalmente definire film sentimentale, anzi. Però, al contrario degli altri suoi film, l’ultimo Haneke dimostra come un regista spesso accusato di assoluta freddezza possa continuare a fare il suo cinema algido e chirurgico pur regalando un’opera a suo modo straziante e toccante.

Non si svende affatto Haneke, infatti, se è la “coerenza” ciò che gli appassionati del regista vogliono che continui ad avere. Però il suo ultimo lavoro è innanzitutto una storia d’amore e devozione, e tocca le corde del cuore, oltre che quelle, al solito, della pancia e soprattutto del cervello. “Ho ancora tante storie da raccontarti”, dice Georges ad Anne durante quella colazione che segnerà di lì a poco l’inizio del calvario: una frase che raccoglie due vite intere e non viene pronunciata narrativamente a caso…

Anne inizia il calvario su una sedia a rotelle, continua con un braccio artrofizzato, poi con metà corpo paralizzato, e via, sempre peggio. Georges le sta sempre accanto, la guarda soffrire, prova sempre a farla stare meglio. Amour ci parla dell’impossibilità di avere il controllo del proprio corpo, e quindi della propria vita, ma soprattutto ci parla di chi questa perdita di controllo la guarda e la vive “in diretta”, giorno dopo giorno. Georges vede deperire Anne ogni attimo che passa sotto i propri occhi, ed è una sensazione che uccide l’anima, torturandola.

Sin da subito, quando Anne riesce ancora a parlare e a dare un senso ai suoi discorsi, si nota che la coppia non vuole parlare con gli estranei della malattia, come se ogni volta che il discorso viene tirato fuori abbia l’effetto di una (doppia) pugnalata al cuore. Si veda la scena in cui parlano con uno dei loro allievi, diventato celebre musicista, che viene a trovarli a casa quando è di passaggio a Parigi. Quando vede le condizioni di Anne, con un filo di imbarazzo l’uomo chiede spiegazioni, ma riceve solo un “cambiamo argomento”.

Anne e Georges sanno entrambi che quella situazione non migliorerà mai, anzi, porta dritto ad una destinazione fin troppo ovvia, e che fa una paura pazzesca: la morte. Ma forse, per Anne, la paura più grande è proprio quella di vivere in uno stato che non le permette di avere padronanza dei suoi mezzi, e che soprattutto non le dà dignità. Georges lo capisce, ma non può fare a meno di lei, ed è disposto a fare di tutto per averla con lui, anche ad autoscludersi dal mondo. Non a caso il film è ambientato tutto in interni, dentro la casa dei protagonisti, e Parigi non si vede mai: solo ogni tanto, di sfuggita, dietro le tende bianche delle finestre…

Interpretato in modo sublime da due attori che si sono formati con la Nouvelle Vague, ovvero Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva, entrambi da premio, Amour è il film tenero e spietato che in fondo ci aspettavamo da uno come Haneke su un argomento come questo. Non poteva che essere così, senza una sbavatura. Colpisce, commuove, “respinge”, a tratti fa paura (attenzione alla scena notturna e argentiana nei corridoi del palazzo). E, soprattutto, narra una storia che ha per davvero come tema principale quello del suo titolo: l’Amore.

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