The Tree of Life

Pubblicato in Blog lunedì 16 maggio 2011
prossimamente The Tree of Life
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Poetico e sperimentale, mistico e realistico, epico e intimistico: il nuovo Malick sfida ogni convenzione
Il sipario di Cannes si alza sul film maggiormente atteso degli ultimi anni, svelando una delle opere più ambiziose concepite in cento anni di storia del cinema. L’oggetto misterioso prende forma sotto i nostri occhi attoniti e impreparati, si direbbe persino inadeguati (a giudicare dalle reazioni istericamente negative di una parte del pubblico presente in sala). Un grumo di emozioni intense e suggestioni visive inedite che nessuna prosa verbale può sperare, neppur lontanamente, di evocare. Malick si spinge in territori formalmente inesplorati per interrogarsi sul senso stesso della vita, il mistero della sua creazione e quello (se possibile) ancora più grande della sua fine.
Poetico e sperimentale, mistico e realistico, epico e intimistico: The Tree of Life sfida ogni convenzione, fa piazza pulita di tutti gli stereotipi narrativi, prescinde dalle logica di causa ed effetto alle quali la prosa cinematografica ci ha da sempre abituati. Le consuete tensioni che condizionano la vita di una comunità familiare sono messe in relazione con la genesi stessa dell’universo, le dinamiche psicologiche scatenate dalla morte di un figlio evocano i fenomeni intempororali che segnano l’evoluzione magmatica del cosmo, i conflitti umani acquistano una profondità sconvolgente nella prospettiva della primordiale contrapposizione fra innocenza e violenza, natura e spirito, realtà bruta e bellezza trascendente. Non credevamo più possibile ritrovare al cinema (dove ogni storia sembrava già essere stata raccontata, e ogni immagine mostrata), la verginità di uno sguardo capace di reinventare la banalità di un gesto quotidiano, arricchendolo di profondità insondabili e (in parte almeno) mai esplorate con altrettanta intensità.
I temi di Malick sono gli stessi sui quali si sono interrogati da sempre i filosofi: il silenzio di Dio e l’indifferenza della natura, la tentazione innata del male e l’alternativa impervia della grazia, l’immensa forza dell’amore e l’infinito rovello dei sensi di colpa. E, alla fine, il mistero indecifrabile della morte che, sola, può dare un senso alla vita. Si può non condividere il misticismo di Malick e opporre resistenza alla sua concezione fideistica dell’universo. Ma non si può rimanere indifferenti di fronte allo splendore visivo e alla intensità emotiva di un film che si spinge là dove pochissimi sinora avevano osato avventurarsi.
Alberto Barbera

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