Potere assoluto di Sauro Vesprini

Pubblicato in Eventi lunedì 20 dicembre 2010

Ama il tempo lo scherzo

Che lo seconda

Non il cauto volere che indugia.

Così la fanciullezza

Fa ruzzolare il mondo

E il saggio non è che un fanciullo

Che si duole di essere cresciuto.

Vincenzo Cardarelli

Otto storie per immagini e per poesia ci raccontano venti anni.

1. Palle di neve.

Una piazza -per noi la piazza- come in una bolla di vetro, di quelle che se le scuoti vien giù la neve; ragazzini fanno le smorfie all’obiettivo; due bimbe bionde, assolutamente nordiche, giocano con una fontanella di cui si vede il rubinetto, il getto d’acqua e il ripiano di ghisa smaltata -noi sappiamo che è la fontanella nei giardini del Duomo-; una prima poesia: “Tu e io dentro questo/ palcoscenico senza sipario/ un pupazzo di neve/ una pallata di neve/ mille/ contro il pubblico”.

2. Cerreto di Montegiorgio.

Ruderi medievali invasi da piante ed erbe in un borgo abbandonato; muri crollati; un portale ogivale e un portone, inutilmente serrato, prodigiosamente intatti; due corpi nudi che escono da una buca per danzare e giocare tra le rovine, volti e corpi di bianco gesso, giovani attori –noi li conosciamo bene- che ripetono il rito antichissimo del ritorno dei morti e infine sorridono e ci salutano. Il manifestino artigianale, che fa da epilogo, puntigliosamente ripete giorno, mese e orario di una performance di cui ostinatamente ignora l’anno, perché allora l’anno era quest’anno e quest’anno rimane, dopo tanti anni.

3. Senza speranza di lottare.

Improvviso, il colore. Un operaio al lavoro, con la sigaretta accesa appesa alle labbra, “di fronte alla macchina/ più stabile del tuo corpo”e tante scatole di scarpe –la benedizione e la maledizione di questo nostro pezzetto di mondo-; un corpo che inciampa e cade; infine il bianco e nero di uno smagliante sorriso di fantasma che s’alza dal corpo abbattuto, tra reportage e metafora.

4. Nei vicoli di notte.

Ancora il bianco e nero di giovanissimi attori che giocano nei vicoli di una città immemoriale e perduta; un ombrello decorato che può sembrare lo scudo d’oplita e una stradina acciottolata di pietra di fiume; un corpo che giace nell’oscurità a un passo da una luce sfolgorante.

5. Fermo capitale d’Italia.

Ancora il colore. Un attore e una sedia; il campo si allarga sui portici, la gente intorno a un letto, a uno striscione paradossale; l’attore s’infila nel letto e si addormenta. E Fermo è la capitale d’Italia…

6. Li matti.

Il vecchio manicomio con la sua gente dimenticata e reclusa: “Tra pazzi è difficile comprendersi/ i due mondi nell’interiore/ sono molto lontani”; un corridoio in controluce dove cammina un improbabile dandy; facce e corpi di povera gente; mantelline di lana fatte in casa, pantaloni slacciati; gli stracci della pubblica beneficenza; un cane e un uomo seduti nello stesso abbandono; una vecchia in grembiule dice bruscamente “no!” col dito alzato davanti a una porta chiusa, come a proibircene l’ingresso.

7. Fare Comunicazione.

Una bandiera al vento –noi sappiamo che è una bandiera rossa- annuncia “Fare Comunicazione”. Fu un evento straordinario per la Città, che naturalmente l’ ha dimenticato. Per tre mesi cento giovani lavorarono come volontari per creare uno degli eventi più innovativi degli anni Settanta, il primo festival  –progettato da Italo Moscati- in cui stavano insieme teatro, cinema, animazione, fotografia e videotape. Un evento nazionale. Arrivò un giovanissimo Nanni Moretti con i suoi cortometraggi, arrivò Giuliano Scabia –la più bella testa teatrale del dopoguerra- con il suo gruppo del DAMS di Bologna, arrivò l’avanguardia teatrale romana, arrivò Paolo Gioli con le sue fotografie, arrivò mezzo mondo. Ma Fare Comunicazione fu anche parte significativa della storia del mouvement, in quella che era allora la più animata e vivace città della Marca, così diversa da quella sonnacchiosa, imbolsita e imborghesita che viviamo oggi. Così vediamo solo un’immagine del festival –ho un soprassalto: sotto Giuliano Scabia, al Teatro dell’Aquila, scopro la mia faccia…- poi sono cortei di ragazze e ragazzi sorridenti, che sfilano cantando la loro grande, poetica Rivoluzione.

Era il nostro lunghissimo Maggio, che durò tutto il decennio degli anni Settanta. Ancora ci morde il cuore e ancora paghiamo la sconfitta che arrivò strisciando nel decennio successivo: molte di quelle facce l’ hanno pagata con la vita. Ma siamo ancora lì, tutti insieme e ancora cantiamo sotto la Bandiera Rossa.

8. Il Pellegrino del Brunforte.

Un gruppo di giovani, assetati di teatro e d’utopia occuparono un edificio cadente nei pressi dell’altrettanto diruto Asilo dei Vecchi Poveri, in Via Brunforte, ovverossia Costa Santa Caterina, a pochi passi dalla porta omonima e dal quartiere suburbano che allora era soprannominato per ovvi motivi “la piccola Stalingrado”. Avevano vissuto l’esperienza di Fare Comunicazione e non volevano smetterla di inventare, di giocare e di sognare.  Così nacquero “Il Pellegrino del Brunforte” e “Il Teatro della Metamorfosi, due momenti centrali per la vita della Città, che naturalmente li ha dimenticati: è così riposante dimenticare…

I personaggi che si presentano e parlano e ridono intorno a un tavolo, intorno al fuoco, nelle stanze di quel prodigioso castello, li abbiamo già incontrati come protagonisti negli altri racconti.

Eccoli venirci incontro, per prendere a mille pallate quel pubblico che oggi siamo diventati.

Ho ripercorso il racconto fatto di racconti. Adesso mi appare molto più chiaro e coerente di quanto non mi fosse sembrato quando l’ ho sfogliato la prima volta: ho trovato un filo –il mio filo- dalle bambine della fontana alla Bandiera Rossa.

Ognuno troverà il suo.

Nell’immagine finale Sauro saluta, da quella riva del tempo, se stesso e noi, chiuso nell’eschimo come un cavaliere errante nell’armatura logorata dalle tempeste.

Luigi Maria Musati

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